Roberto Abbadati | Solo la professionalità ci potrà salvare dai tempi bui a venire.
153
post-template-default,single,single-post,postid-153,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-content-sidebar-responsive,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-13.7,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.5,vc_responsive

Solo la professionalità ci potrà salvare dai tempi bui a venire.

In questi ultimi tempi mi vengono indicati o mi saltano all’occhio, sempre più numerose figure professionali (o presunte tali) che si propongono in maniera pseudo-originale per svolgere questa specifica professione. In tutti i casi si tratta di persone uscite da università quali la Cattolica/Bocconi (che con l’arte culinaria centrano come i cavoli a merenda) e che, dopo qualche stage in qualche ristorante, reso tempio della gastronomia dalla stampa o dalla televisione, si propone come il creativo di turno con una professione originale… una addirittura ha scritto a caratteri cubitali sul proprio sito “Tailor-Made Events” o qualcosa del genere; ma io mi chiedo, come possono queste figure spacciarsi per creative se perfino la professione che propongono è spudoratamente copiata per filo e per segno, a quella che da anni già fa un altro, che a differenza loro se l’è inventata e, rimanendo legati al parallelismo con la moda, cucita addosso?

Visto che il sopracitato parallelismo con la moda piace molto, probabilmente in quanto immagino farà figo, forse è il caso che a queste persone venga spiegata la differenza tra l’Alta Moda (il sartoriale su misura, originale e creativo) e il Pronto Moda (una ruberia delle idee più interessanti concepite dai stilisti e creativi, enormemente ribassate nella qualità dei materiali e del confezionamento, per riproporle poi a prezzi convenienti alla massa).

Beninteso, a questo mondo c’è posto per tutti ci mancherebbe, ciò che m’imbarazza però e il numero in costante crescita di questi individui di seconda mano che senza vergogna si spacciano come creativi con le idee altrui… ma non sarà meglio viversi la propria di vita, creandosi così un proprio vissuto, invece di cercare di vivere la vita e il vissuto di altre persone?

Ci tengo a precisare che non è nemmeno per autodifesa professionale che scrivo questo post, in quanto da tempo sono consapevole dell’inarrestabile declino delle arti e mestieri e di conseguenza dei professionisti, inoltre da tempo sono sinceramente cosciente anche della mia inevitabile estinzione professionale, che probabilmente avverrà in un futuro ormai sempre più prossimo.

Ciò che mi rattrista è la miseria professionale che ci aspetta, soprattutto per le generazioni a venire che, oltre ad avere degli strumenti di giudizio e critica alquanto precari, si ritroveranno come esempio dei “fac simile” professionisti che han fatto della loro professione il plagio sistematico e la vendita di fumo.
“Essere creativi vuol dire non copiare” è una frase di Jacques Maximin, celebre (e romantico) chef francese da più di mezzo secolo sui fornelli, riportata e ulteriormente avvalorata da Ferran Adrià che ne ha fatto la sua ragione di vita professionale fin dall’inizio della sua carriera come chef a El Bulli. Non c’è niente di male nell’ispirarsi o prendere spunto da idee, concetti o progetti altrui, da questo esempio potete vedere come perfino lo stesso Adrià, chef originale per antonomasia, l’abbia fatto. Fondamentale però è l’onestà intellettuale con la quale si utilizza ciò che non ci appartiene, la cui paternità dovrebbe quindi essere sempre citata o espressa.